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Casual friday

Posted in: Australia, La Vita, quella reale by Andrea on July 3, 2009

Niente abito, camicia o cravatta oggi. Non ne ho più bisogno. Ho solo bisogno di un paio di jeans, una felpa pesante ed un paio di scarpe comode. Ah, anche un cerotto perché le mie scarpe da abito m’hanno fatto un brutto scherzo ieri. Forse hanno ragione gli Aussies a buttare via le scarpe, del resto servono solo a farti male.

Andrò prima a farmi una doccia, poi la colazione e poi a prendermi una macchinetta fotografica da 4 soldi.

Sono connesso con il mio cellulare: ho scoperto che caricare 49$ ti dà un credito di 400$ che però devi consumare in un mese. Poco male per chi ha bisogno di una connessione ad internet anche dove non c’è il wireless. Queste cose in Italia ce le sognamo.

Se mi gira presto ripartirò da qui, verso nord, verso il caldo. Vorrei solo non aver portato questa valigia enorme ma solo uno zainone con lo stretto necessario. Comincia a starmi stretta la formalità. Comincia a starmi stretto il 5 stelle, comincia a starmi stretto il fatto che senza lavoro sembri uno destinato a morire da un giorno con l’altro. Ma in fondo chi se ne frega. Male che vada farò Couchsurfiing ed un buco dove dormire e magari farmi una doccia lo trovo. No?

Stasera mi cercherò una coin-op laundry. Ora non ho voglia di stare a parlare di frivolezze di questo tipo. Del resto… chi se ne frega.

Sydney

Posted in: Australia, La Vita, quella reale, Lavoro, Visas by Andrea on July 2, 2009

Alla fine ci sono arrivato. 24 ore fa circa mi veniva da piangere, ed alla fine l’ho fatto, sotto l’Opera House di Sydney.

Non avrei mai pensato di vederla veramente con i miei occhi, di toccarla, di entrarci a bere un bicchiere di vino.

Scrivo ormai a mente (quasi) fredda, dopo 24 ore, due cene e stasera una bevuta pre-cena che m’ha aiutato a smaltire un po’ l’amaro che ho in bocca per via delle (ovvie) difficoltà che sto incontrando per trovare un lavoro.

Sydney è una città bellissima, senza metropolitana ma con la monorail sopraelevata che gira tutta attorno, con i ferrry boat che portano in giro i turisti a vedere la baia, con un’Opera House che lascia senza fiato dopo una giornata passata tra autobus, aereo e taxi.

PIC051 

La qualità dell’immagine è pessima perché la foto è stata fatta con il telefono.

Dormo per le prime tre notti in un ostello in pieno centro, a 10 minuti di cammino dall’Opera House, senza possibilità di perdersi (basta andare dritti… ottimo per me che non ho senso dell’orientamento).

La ricerca del lavoro è dura. Dura davvero. Sto cercando persino di farmi cambiare il visto per riuscire ad ottenere una posizione migliore. Qualora non ci riuscissi dovrei sposare un’australiana ma sapete come la penso sul matrimonio.

Sono contento nonostante tutto, un po’ incazzato per la sfiga di avere un visto così restrittivo e così poco considerato. Purtroppo si tende a percepire gli Holiday Workers come carne da macello per i lavori più assurdi e non vengono messi alla prova per le loro effettive capacità. Dal punto di vista strategico è una scelta perdente in partenza. Con la quantità di europei in Australia con quel visto si potrebbe mettere in piedi un settore di soli professionisti, tutti bilingue (almeno).

Ci sarà da lottare. Duro.

Probabilmente la lungimiranza non è un dono comune da queste parti. Insulti ed incazzature a parte, qui si sta davvero bene. Il centro è un formicaio di gente che va, viene, lavora, corre, ride, scherza, mangia, beve a tutte le ore. Solo ora si sta calmando fuori ma ormai, per l’austrliano medio, è notte fonda.

Io sono stanco ma stasera ho bisogno di una botta di vita, quindi, se trovo un tassista compiacente me ne andrò a Kings Cross, centro della perdizione di Sydney. Ho bisogno di un po’ di sano non pensare a nulla, ho bisogno di ascoltare buona musica, ho bisogno di bermi qualcosa di buono e di sentirmi un po’ a casa, qui che casa non ce l’ho.

Ho voglia di farmi una chiacchierata con qualcuno. La solitudine si fa sentire, è normale.

How does it feel? How does it feel? To be on your own. like a complete unknown, like a rolling stone?

E’ proprio questa la canzone che sta girando ora all’ingresso dell’ostello.

La camera è terribile, anche se sono da solo, è vecchia e trasandata però i ragazzi qui sono simpatici e dediti alla chiacchiera.

Domani sarà un’altra giornata dura. Di quella di oggi ne parlerò domani, ora ho troppo amaro in bocca per andare avanti a raccontare e poi le cose poco piacevoli devono solo essere una tappa obbligata, di passaggio, giusto per rendere il boccone del raggiungimento dell’obiettivo più dolce.

Buon pomeriggio Italia, buona notte Australia, a domani, Mondo.

Aussie’s shoes issue

Posted in: Abitudini, Australia, La Vita, quella reale by Andrea on July 2, 2009

Prima di parlarvi di Sydney ecco una cosa che m’ha lasciato piuttosto perplesso.

Gli australiani hanno un problema con le scarpe.

Sembrerò un pazzo a scriverlo così ma è la realtà dei fatti. A metà serata, ovunque voi siate, le persone si sfilano le scarpe e camminano a piedi nudi per la strada, ovunque siano, Queensland o Sydney poco importa.

Nicole, la ragazza (la chiamo ragazza anche se ha già due figlie) che m’ha ospitato in Queensland, aveva dei continui problemi con le bambine che mollavano le scarpe in giro ovunque ed ecco cos’ho trovato a Benowa, alla fermata dell’autobus di fronte alla High School:

PIC050 

Indicativo, non credete?

Devo ancora indagare sul perché di questa avversione alle calzature, credo sia per il clima eccezionalmente clemente anche durante l’inverno. Oppure per lo spirito di libertà che vige nella vita qui. Il loro “She’s all apple” è indicativo. Per i profani dello Strine, significa “è tutto a posto”, anche girare a piedi nudi quindi è “all apple”.

A più tardi Mondo con le novità su Sydney e sul mio viaggio fino a qui.

Internet è una miniera d’oro. Una miniera di modi per salvarsi le chiappe quando sembra che tutto stia andando nel verso sbagliato.

Stamattina l’infermiera ubriacona mi manda un messaggio scrivendo che il suo flatmate (arrivato il giorno prima) preferirebbe avere una ragazza come terza flatmate piuttosto che un ragazzo. Delirio. Mi attacco ad internet, inizio a mandare richieste su Couchsurfing e finalmente, da niente di fatto fino a stamattina alle 9 ecco che cominciano ad arrivare le prime risposte.

La prima da un Aussie molto preso col lavoro e che ha orari per me impossibili, la seconda da uno studente finlandese di Southport con cui stasera si uscirà persino a bere subito perché tra Couchsurfers ci si trova il martedì sera da Waxy’s a Surfer’s Paradise.

Mi sembra di essere entrato in un altro pianeta. Un pianeta sconosciuto fino ad una settimana fa ma che in realtà era a portata di mano. Sono felice. Felice di aver rotto quella barriera mentale che avevo e che finalmente mi farà vivere qualcosa di straordinariamente nuovo ed avventuroso e, con tutta probabilità, mi farà conoscere nuove persone con cui stringere legami d’amicizia.

Mi sembra di fare quasi la vita dell’hippie ma in modo sano e moderno, in un modo apolitico che mi sembra quanto di più consono possa esserci in un paese cosmopolita come l’Australia.

Bando agli inglesi nazi, bando alle infermiere ubriacone, bando agli hippie che vivono in case che sembrano fatte di latta tenute assieme dal nastro adesivo!

Da qui inizia l’avventura vera :)

Ah, dimenticavo. Per tutti coloro che leggono e che hanno contatti con i miei: non ditegli che cos’è il Couchsurfing altrimenti chiedono all’Australia la mia estradizione immediata per poi cercare di internarmi.

E giovedì mattina si parte per Sydney!

 

Ciao Mondo! A presto!

Sapevo che qui ognuno ha il suo modo di fare e non lo cambia per nessuna ragione al mondo (dite quello che volete ma in Italia siamo TUTTI troppo legati alle mode) e di questo ne ero e ne sono ancora contentissimo. Finalmente un paese dove posso essere strano quanto voglio senza destare preoccupazioni in nessuno, al massimo vengo ignorato.

Sveglia alle ore 7.45 da parte delle bambine che rientravano a casa (chissà perché quando si è piccoli ci si sveglia sempre presto la mattina) dopo aver fatto uno sleepover dal loro papà.

Ore 8: colazione. Ore 8.30: primo giro di telefonate e telefoni spenti di tutti gli inserzionisti del Gold Coast Bullettin in cerca di flatmates.

Ore 9: doccia. Ore 9.30: altro giro di telefonate, alcuni rispondono altri no. Che muoiano quelli che non rispondono, me ne frego e organizzo appuntamenti per coprire gran parte della giornata.

Ore 11: esco di casa e faccio per andare a prendere l’autobus. Lo perdo per qualcosa come 45 secondi. Shit! Mi metto seduto buono buono con il lettore mp3 nelle orecchie tanto il primo appuntamento ce l’ho a mezzogiorno e mezzo e farò comunque in tempo. Mi salta il caffè prima dell’appuntamento. Pace.

Ore 12.30: arrivo in una bella zona di Broadbeach, tutte case basse, giardini curati. Cerco il numero 100 di Cypress Drive e spunta da dietro un muretto non intonacato la prima casa costruita in Cypress Drive. Una casetta in puro stile britannico, con la porta verde, la maniglia in ottone, le finestre con i vetri sporchi e le tende tirate (non per non far vedere cosa ci sia dentro ma per non vedere lo sporco da parte di chi sta dentro), il balconcino con la ringhiera in ferro battuto colorato di bianco ed il cancelletto con sopra il nome della famiglia. Entro e trovo marito e moglie attorno sulla 40ina abbondante che mi squadrano subito dall’alto al basso, come fossi un alieno. Mi chiedono di dove sono, italiano, che non si vede? Ho la camicia ed una giacca sportiva. Nulla di stravagante, giusto per apparire un attimo curato.
Lui ad un tratto, dopo avermi fatto vedere la camera attacca con una filippica sui nordafricani, sui rumeni, sui russi… ed io non capisco, c’è qualcosa che non mi quadra. Gli do ragione per un po’ e vedo di capire dove voglia andare a parare. Mi sembra strano il suo accento e mi sembra ancora più strano un comportamento così razzista da parte di un australiano. Ad un tratto ecco svelato il mistero: due inglesi trapiantati. La signora (giusto perché voglio essere educato) mi squadrava dalla testa ai piedi in continuazione senza mostrare minimamente un accenno di sorriso, il signore così tanto razzista da far rabbrividire Adolf… ho ringraziato per la disponibilità e ho glissato dicendo che li avrei richiamati visto che ormai ero in parola per altri appuntamenti. Freddamente mi salutano ed io esco di filata a chiamarmi un taxi per scappare dalla casa di quel nazi inglese per paura di prendere pure una battuta.

Ore 13: mi dirigo verso Australia Fair, crocevia di autobus e taxi da cui si può arrivare veramente ovunque. Ho fame. E’ da stamattina che non butto giù nulla e sono in tensione da ore ormai. Mi fermo a prendermi qualcosa da mangiare. Individuo un Kebabbaro che sembra essere pulito e fare cose decenti. Chissà cosa penserebbe il nazi inglese se mi vedesse qui ora a mangiare un Kebab… prendo un doner kebab normale, chiedo solo “just a very little bit of hot chili sauce”. La megera ce l’ha messa tutta per uccidermi e mi spara dentro una perettata di chili piccante senza che io me ne accorga, pago ed esco per mangiare all’aria aperta. La maledetta penso sia morta per le imprecazioni che le ho tirato. Mi faccio un espresso (decente) e rimonto sull’autobus in direzione Mermaid Beach. O almeno così credevo. Finisco da tutta la parte opposta e me ne rendo conto solo quando sono ormai ad una buona mezz’ora da dove sono partito. Fortuna che mi muovo sempre con grande anticipo perché odio arrivare tardi agli appuntamenti importanti. Cambio autobus, salto su quello giusto e nel mentre chiamo per ricontrollare l’indirizzo e scendere alla fermata più vicina. “Guarda mi dispiace ma a dire il vero io cercavo due ragazze…” e che cazzo! Idiota malefico non potevi dirlo stamattina alle 9 e mezza quando t’ho chiamato così mi risparmiavo ‘sto tratto di viaggio? Poco male, con la pagina strappata del giornale nel taschino guardo le inserzioni e trovo sempre a Mermaid Beach un’altra camera. Chiamo e prendo appuntamento per le 4. Arrivo al posto indicato e trovo un cancello fatto di assi di legno colorate a murales e dietro un ragazzetto magro e strabico che mi chiama a gran voce. Eh si, sono sceso solo io dall’autobus in questa landa dimenticata da dio quindi non posso essere che io quello che ha chiamato. Mi avvicino e faccio buon viso a cattivo gioco, mi invita ad entrare e ormai son lì e non vedo perché non dovrei. Sul divano, stravaccata con i piedi all’aria la madre del ragazzetto. Lei è un misto tra una gitana ed una hippie. Mi fa vedere una camera spoglia, con un letto dal materasso che non vede una battuta col battipanni da quando è stato creato. Esco e mi dice che c’è anche un giardino! Ah si? Pure quello? Che culo! Mi porta nel retro dove sembra di essere nel deposito dello sfasciacarrozze. Alla faccia del giardino! Esco e devo dire che la madre è stata gentilissima, mi ha fatto accomodare, mi ha offerto una tazza di te, mi ha chiesto cosa mi piace e cosa non mi piace fare e ad un tratto mi ha detto che le trasmettevo vibrazioni positive. Io a queste cose ci credo perché le provo tutti i giorni ma dirmelo così…
Prendo commiato. Per andare al prossimo appuntamento è meglio se prendo un taxi in quanto ho poco tempo e devo andare fino a Main Beach.

Ore 17.30, arrivo a Main Beach al primo appuntamento. Busso alla porta di una bella casetta curata. Niente da fare. Chiamo il numero e nessuno risponde, ribusso e zero. Vada in malora lui e la stanza. Comincio a cercare il luogo del prossimo appuntamento.

Ore 18.15, arrivo al luogo dell’appuntamento. Mi riceve una tipetta che al telefono sembrava pure simpatica e mi fa salire a vedere la casa. Un bordello infernale. Materassi in cucina, quattro comodini nella camera che dovrei occupare io, scatoloni ovunque, una palla di gomma blu delle dimensioni di un bambino di 5 anni in soggiorno… ci sediamo e cominciamo a discutere del prezzo, di cosa è incluso e cosa non lo è. Ad un tratto le viene in mente di chiedermi “Ma tu bevi?” Una persona normale e decente cosa risponderebbe? “Si, un pochino ma non è mia abitudine ubriacarmi…” e lei con disappunto “No, a me piace davvero bere!” Le chiedo che lavoro fa dopo che lei s’è informata su di me. E’ un’infermiera. Mi auguro di non dover mai finire nel suo ospedale dopo che s’è fatta una serata a bere sulla palla gigante blu. Mi dice tutto d’un tratto che deve presentarmi l’altro coinquilino, Jarret e lo dice insistentemente, al che capisco l’antifona, ringrazio e me ne vado con lei che m’assicura che m’avrebbe fatto sapere. No cara, a dire il vero sono io che NON ti farò sapere. Condividere un appartamento con un’ubriacona cronica che non parla altro che di feste e di birra… mmm non è esattamente nel mio stile.

Ore 19: torno a casa da Nicole, le bambine sono a letto, lei è in camera sua. Accendo il pc e ricevo l’email della Hyatt. Un misto di rabbia e felicità. Sigaretta in giardino, mi viene da piangere, una giornata buttata per non ricavarne nulla ed ora un rifiuto. Un rifiuto con onore però, per un posto che mi piace ed ecco che allora s’impossessa di me il desiderio di rivalsa, scrivo e vedo di portare a casa con l’orgoglio e la voglia di fare quello che voglio.

Da domani è un’altra storia. Spero di trovare un Couchsurfer che mi permetta di utilizzare il suo divano un paio di notti; onestamente non ho voglia di ficcarmi in una camerata da sei in un ostello dopo la giornata di oggi.

 

Ciao Mondo. Ci vediamo domani, sperando che sia un’avventura migliore di quella di oggi.

Eh si, ho dovuto tirar fuori la sfacciataggine italiana poco fa.

Ad un invio di curriculum ho ricevuto la risposta:
”Whilst we were most impressed by your skills and experience, we regret to inform you that due to your Working Holiday Visa limits we currently have no vacancies for which you could be considered and can therefore not offer you a position at this time.
However, should you be successful in gaining your Permanent Resident’s Visa for Australia, we will be happy to pursue your application.”

Per chi non capisse: “Nonostante siamo rimasti molto impressionati dalle Sue capacità ed esperienza, siamo spiacenti di informarLa che a causa dei limiti del Suo Working Holiday Visa non abbiamo al momento posizioni vacanti.
Ad ogni modo, dovesse aver successo nell’ottenere un Permanent Resident’s Visa per l’Australia, saremo lieti di dedicarci alla Sua proposta”

E pensate che un milanese, dopo aver lavorato tra i veneziani, che ha voglia di star qui si rassegni? Ma per niente!

Ecco la risposta:
”Thank you for your prompt response to my application.
Unluckily it would be impossible for me to obtain a Permanent Resident’s Visa unless I will be able to find an employer who will be willing to sponsor me. In that case I would be able to request a class 457 Business (Long Stay) Visa.
According to this I am asking you the opportunity to be interviewed and if you will find me and my personality suitable for your needs, you may want to prove my working skills on the field for some months and after those months decide whether to give me a sponsorship or not.
I guarantee you will not regret giving me this opportunity I am asking you and I am sure my skills will be useful for your asset as well as it will be a great honor for me to work for Hyatt.”

In poche parole: “Grazie per la vostra celere risposta al mio curriculum.
Sfortunatamente sarebbe impossibile per me ottenere un Permanent Resident’s Visa a meno che io non riesca a trovare un datore di lavoro che volesse sponsorizzarmi. In tal caso io potrei richiedere un Visto di Classe 457 Business (Long Stay) Visa.
Per questo motivo sono a richiederVi l’opportunità di essere intervistato e qualora doveste trovare me e la mia personalità adatte alle vostre esigenze, potreste mettere alla prova le mie capacità lavorative sul campo per alcuni mesi e dopo quei mesi decidere se darmi una sponsorizzazione oppure no.
Vi garantisco che non vi pentirete d’avermi dato una tale opportunità e sono sicuro che le mie capacità saranno utili per il vostro asset (questo so cosa vuol dire ma non so come tradurlo in italiano) così come sarà per me un grande onore per me lavorare per la Hyatt.”

Voglio quel posto. Quando ho inviato il curriculum e vedevo cosa cercavano mi sono detto: questo sono io! Voglio assolutamente quel posto perché è mio e basta.

Io fossi al posto di quello delle risorse umane ad una persona che mi rispondesse ad un diniego con una mail del genere una possibilità gliela darei, voi che ne dite?

Male che vada… io c’ho provato.

 

Ciao Mondo, vado a togliermi i vestiti di dosso, infilarmi in qualcosa di caldo e comodo e cenare… e poi, se sarò ancora sveglio, scriverò di com’è andata oggi la ricerca di una stanza dove vivere.

Non entravo da Woolworths da quando avevo su per giù 17 anni.

L’ultima volta in cui sono entrato ero ad Hastings (UK) e stavo cercando un blocco per gli appunti ed una penna e mi sono trovato catapultato, dietro consiglio di non mi ricordo più chi in un Woolworths in pieno centro.
Oggi avevo bisogno di qualche genere di prima necessità: bagnoschiuma, shampoo, dentifricio, filo interdentale, gel, pane per la colazione e, udite udite, la schiuma da barba (me la dovevo per forza tagliare per andare a fare qualche colloquio… sigh!).

Sono rimasto stupito dall’enormità del Woolworths di Southport. Enorme, gigantesco, esageratamente grande supermercato con dentro una miriade di prodotti. Quintali di frutta e verdura che neanche nel più grande Esselunga o Carrefour italiano si possono trovare, i pacchi di cereali da 825 grammi (mai visti prima in vita mia), una selezione di shampoo e bagnoschiuma che lasciano solo l’imbarazzo della scelta, medicinali da banco (se uno vuole si prende un bel bottiglione di sciroppo antistaminico e si sballa tutta la notte con 5 dollari), una quantità di gel fuori dal comune che sembra che tutti gli australiani siano tutto il contrario di me (capelloni) però… si, perché un però c’è, qualcosa manca: la schiuma da barba da stendere con il pennello.

Alla fine mi stavo quasi per dimenticare del pane preso com’ero dai colori, dall’imbarazzo della scelta, dal fresco che si sente lì dentro.

Mi sa un po’ d’America questa mania del grande e del tanto.
Qui non si ricicla, non si pensa al risparmio energetico (già noi italiani ci pensiamo poco ma qui, scusate il gioco di parole, gli sprechi si sprecano), tutto acceso, giorno e notte, luci accese ovunque, anche alle 3 del pomeriggio e se qualcuno prova a spegnerle gli viene chiesto come fa a vederci (ndr. sarà anche inverno ma qui il sole c’è e spacca). Ieri facevo presente a Nicole che io sono piuttosto abituato a spegnere la luce quando non sono in una stanza. Mi ha risposto che ho ragione, che servirebbe non solo per la bolletta ma anche per l’ambiente… oggi pomeriggio siamo usciti tutti e lei ha lasciato accese le luci sulle scale.

E’ imbarazzante per me tutto questo. I 7 Eleven aperti sempre, giorno, notte, Natale, Pasqua, 25 aprile (eh si, anche qui si festeggia il 25 aprile) e poi uno fa fatica a trovare la schiuma da barba da stendere con il pennello… ecco uno dei misteri di questo stato/continente che stringe la mano all’Europa, sorride agli States ed è un calderone ribollente di culture, volti, colori e lingue accomunate dal rispetto reciproco che fa l’amore col mondo.

Credo che ci vorrà del tempo prima che riesca ad abituarmi ai Woolworths.

Skype

Posted in: Australia, Comunicazioni, La Vita, quella reale by Andrea on June 26, 2009

Chiamare un cellulare italiano dall’Australia ha un prezzo praticamente folle (8 minuti per 27 dollari con Vodafone). Non oso immaginare quanto possa costare chiamare un fisso. L’unica soluzione portatile, accessibile ed economica è Skype. Su questo Beppe Grillo c’ha preso… ieri ho ricaricato per 10 euro questo gioiello di programma e dopo 20 minuti e 41 secondi di telefono con mia madre, chiamandola a casa per tranquillizzarla e dire che era tutto ok e spiegarle che sto mandando in giro curricula a nastro per tutta l’Australia per trovarmi un lavoro da qui ad una settimana, per ascoltare le solite raccomandazioni di rito, parlare al telefono con il gatto (io lo chiamo e lui miagola di risposta) e le solite quattro palle ho speso meno di 40 centesimi di euro.
Se avessi chiamato da una cabina telefonica di Seveso avrei speso più del doppio.

Poco dopo ho voluto sentire la mia altra mamma: Erica, così l’ho chiamata sul cellulare, una chiamata di 11 minuti e 20 secondi ed ho speso un po’ di più (il cellulare è un po’ più caro): 3 euro e 3 centesimi.
Considerando che Vodafone m’ha ciucciato 27 dollari per 8 minuti direi che non c’è paragone, non credete?

Cosa ancora più bella: con Skype posso videochiamare gratis (oddio mi sembra di essere la Litizzetto) chi ha Skype. O se sono appena sceso dal letto chiamo sempre gratis senza usare la webcam, così nessuno si spaventa.

Ecco allora perché, qui a destra, trovate il nuovo pulsantone di Skype. Se ci cliccate sopra mi chiamate gratis. Se usate la freccetta accanto potete decidere di chattare con me (gratis), inviarmi un file (gratis), aggiungermi ai vostri contatti di Skype (gratis), visualizzare il mio profilo (gratis) ma tanto mi conoscete già, perché dovreste guardare il mio profilo?

Insomma scaricatevi Skype così ci chiamiamo gratis e vi porto in giro per la casa con la webcam :)

Ciao Mondo! A presto… io torno ad inviare i miei curricula in modalità nastro.

Home alone

Posted in: Australia, La Vita, quella reale by Andrea on June 25, 2009

Oggi sono a casa da solo per tutta la mattinata e la prima parte del pomeriggio.
Un’ottima situazione per mandare email, scrivere sul blog, inviare curricula a nastro, fare il famigerato TFN (Tax File Number).
Qui prima di poter lavorare devi essere in grado di pagare le tasse e per pagare le tasse devi essere un immigrato regolare, con un passaporto ed visto valido ed adatto al lavoro. Il TFN serve, se qualcuno non conoscesse l’inglese, appunto a pagare le tasse.

Niente di trascendentale fare il TFN, ti connetti ad internet con il tuo passaporto ed il visto nelle vicinanze, compili il facilerrimo questionario, fornisci un indirizzo valido dove farti spedire la tesserina una volta pronta e da subito hai il tuo numero su supporto cartaceo per cominciare a lavorare.

Mi torna in mente quando anni fa feci il libretto di lavoro a Cesano. Avevo si e no 20 anni e dovevo andare a lavorare in  un negozio di Milano come commesso. E vai in comune, e porta la carta d’identità, e ti controllano i dati con l’archivio dell’anagrafe, e rettifica l’indirizzo che all’anagrafe s’erano dimenticati di rettificare, e paga a destra e paga a sinistra e poi ti mandavano il libretto a casa… insomma, una settimana per averlo. Mi sono sempre chiesto perché tanta burocrazia dalle nostre parti e non ho mai trovato una spiegazione. Scartoffie, scartoffie e ancora scartoffie che servono solo a complicare la vita.

Parlavo con il padre di Nicole, la mia ospite (nel senso che mi ospita), qualche sera fa e la prima volta che è venuto in Australia è stato 52 anni fa. Mi ha detto che non tornerebbe indietro per nulla. Che qui ha trovato opportunità inimmaginabili in Italia ed ora le opportunità sono cambiate ma sono comunque tante, basta, come dice mio zio, rimboccarsi le maniche e darsi da fare.
Il fatto che un operaio non specializzato, al primo impiego, prenda più di quanto prendessi io a Venezia, lavorando la notte, cinque notti la settimana con la responsabilità di un intero albergo sulle spalle la dice lunga.
E per cenare in un ristorante, facendosi due giri d’aperitivo prima di iniziare si spendono 50 dollari, poco meno di 30 euro. Mancia inclusa.
Se uno non esagera con 100 dollari si fa una serata come si deve.

Bene, it’s high time for me to get back to my emails.

Ciao Mondo, a presto!

Main Beach

Posted in: Australia, La Vita, quella reale by Andrea on June 22, 2009

Main Beach. Arrivo dopo una buona ora di autobus. Non sapevo nemmeno dove scendere ed alla fine sono arrivato, guarda caso, a Palazzo Versace.
Un giro attorno al resort, una rimirata alle barche qui attorno e non ce n’è una che sia brutta, piccola, rovinata.
La fame sotto la pioggia di oggi si fa sentire e mi infilo in un posto che alla vista sarebbe più adatto al Texas o comunque agli States: The Hog’s Breath. Nessuno sano di mente si sognerebbe mai di chiamare un locale così in Italia. Vedo che dentro ci sono famigliole locali, quindi sto sereno. Niente bikers, niente casino, buona la musica, una selezione decente di rock vecchio stile e blues.
Mamma Erica sarebbe fiera del suo bambino.

A parte il fatto che credo mi scambino tutti per uno del luogo e quindi mi parlano alla velocità della luce con, credo, un koala in bocca e quindi capisco un ottavo di quello che mi dicono, il resto qui è stupendo, autobus puliti e silenziosi, nessuno che si mette a fumare a ridosso delle porte dei locali (c’è una fantasiosa legge che impone ai fumatori di stare ad almeno 6 metri dalla porta) e chi beve troppo ed è in macchina prende un taxi per tornare a casa ed il giorno seguente torna a prendersi la macchina quando ha smaltito la sbornia.
Ci sono un senso civico ed un rispetto della propria vita e di quella altrui fuori dal comune.

Niente autoradio a tutto volume. La musica nei locali invece è altissima e magari capita di sentire gli Ac/Dc nel locale fighetto (se può esistere un locale fighetto qui).

Trovare un bar che serva un Martini Cocktail è come trovare un giacimento petrolifero in centro a Milano. E quando lo si trova servono cose fantasiose con dentro fette di lime e fatto non si sa con quale gin. D’altro canto la birra è buona, sempre servita bella fresca, ed anche quelle più leggere sono bevibilissime e per nulla fastidiose.

Me l’avevano detto che lo sport nazionale era (dopo rugby e cricket) il barbeque (BBQ per gli amici) e la XXXX (nulla di porno, è solo una birra).

Sono davvero impressionato, credo che molti italiani qui si ritroverebbero in un posto che finirebbero per adorare in meno di mezz’ora. E forse non butterebbero cartacce per terra.

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